How I managed to print pictures in my bathroom (against all odds).

Feel free to advance any critique, as all the images included in this article are taken by me. Only two are not, and the author is cited.

It’s been more than two years since I first decided to only shoot film [ITA], and things are yet to be completely mastered. On my way to pursue a personal creative style, I started developing film in bigger batches, and on a steadier routine. I experimented with more developers (i.e. HC-110) – and more will come (i.e. Caffenol C-H) – while I moved to another home. Until the day one thing came: a Durst M605.

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How I have been experimenting with (and through stashes of expired) instant film.

I recently bought the ImpossibleProject I-1 camera, the company’s attempt to provide an instant camera updated to 2010s’ technology: a Bluetooth-connected app can give access to manual controls over an otherwise extremely simple and fully automated handheld camera.

Although having some minor technical issue – it doesn’t expel the black cover, so I have to remove it myself – I am genuinely loving this camera. Such issue is restricted only to my camera, and the customer support has proven kind and available at all times.

UPDATE (July 13th 2016) The customer support had me send the camera back and immediately sent a new one. As expected, they are extremely keen and competent.

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Convenience and spontaneity of zone-focusing.

All the images included in this article are protected by copyright on behalf of each respective author.

Many thanks to Gillian Bowman, who reviewed this article.

When turning the pages of a photography volume, whether it is by Yosef Koudelka, Lee Friedlander or Alex Webb, one can immediately identify how these photographers have made sapient use of the two major technical elements of photography itself: focal apertura and the effect that it has on depth of field.

Although I am fascinated by the expert use of a shallow depth of field to isolate the portrayed subject, every situation requires a careful evaluation of the specific technical settings that might harm the final outcome. The presence of several elements in focus predispose the viewer to interprete the space within the bidimensional medium in which it is located, enabling the imagination to expand the dimensions of such space beyond the physical limits of the real world: the subject is plunged in and absorbed by the background, embedding itself within in and enriching it. The eye is not fooled, but the perspective is only secondary to the narrative function of that is portrayed.

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Ritratti: isolamento del soggetto e contesto.

Tutte le immagini incluse in quest’articolo sono coperte da copyright da parte dei rispettivi autori.
La pratica della fotografia ritrattistica si fonda sull’enunciazione del soggetto fotografico in quanto oggetto accentrante, a cui l’attenzione dell’osservatore si concede completamente.
L’immagine delle persona impressa sulla fotografia diviene bidimensionale e si immerge nello sfondo che la circonda. La si può definire univoca ed equivoca nell’atemporalità che la rende strumento storiografico e di finzione: ciò che è su carta potrebbe essere vero o manipolato, ma in entrambi i casi mantiene il valore datogli dai canoni estetici e dall’istinto emotivo dell’osservatore.
Che la persona sia in posa o ritratta nella sua spontaneità, non si può dire che non rappresenti una differenza, ma tale discernimento non è sostanziale. L’immagine di una persona che sorrida, pianga, mostri disrispetto o sorpresa è espressione di una storia a cui si dà ascolto senza distinzione a priori.
Gli approcci possibili sono innumerevoli, ma quasi sempre sono basati sul rapporto che vi è, o che viene ricercato ed imposto, fra soggetto ritratto e sfondo. Quest’ultimo può variare radicalmente nella sua forma e nella sua presenza di contesto o astrazione generalizzante (i.e. uno sfondo monocromatico, modulare o sfocato), sempre però al fine di isolare il soggetto ritratto.

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Praticità e spontaneità dell’Iperfocale.

Tutte le immagini incluse in quest’articolo sono coperte da copyright da parte dei rispettivi autori.

Sfogliando un volume di fotografie, quale possa essere uno di Yosef Koudelka, Lee Friedlander o Alex Webb, si può avere riprova dell’uso sagace che tali fotografi facevano di uno dei due maggiori elementi tecnici della fotografia stessa: l’apertura focale e l’effetto che ha sulla profondità di campo.

Per quanto io stesso non finisca mai di rimanere affascinato dal capace utilizzo di una ridotta profondità di campo per isolare il soggetto ritratto, ogni situazione necessita di un’attenta valutazione in merito a quali parametri tecnici maggiormente arricchiscano il risultato finale. La presenza di più elementi a fuoco predispone l’osservatore a interpretare la spazialità con la chiave del formato bidimensionale su cui si trova, permettendo all’immaginazione di espandere le dimensioni oltre i confini tipici del mondo reale: il soggetto si immerge nello sfondo, incastonandovici ed arricchendolo; l’occhio non si fa ingannare, ma la prospettiva diventa secondaria alla funzione narrativa di ciò che viene ritratto.

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L’EQUILIBRIO NELLA FOTOGRAFIA.

Tutte le fotografie incluse in quest’articolo sono coperte da copyright da parte dei rispettivi autori.

Nelle poche occasioni in cui mi confronto con altre persone sul rapporto che ciascuno di noi ha con la fotografia, io mi scopro ogni volta essere saldamente ancorato all’associazione di tale mezzo espressivo agli esseri viventi. Per quanto la scelta dei possibili soggetti fotografici sia ampia, solitamente prediligo ritrarre situazioni in cui vi sia un elemento umano. Vengo poco attratto dai miei scatti in cui ve n’è carenza, ma non disprezzo quelli di altre persone che si allontanano da questa mia concezione della fotografia; posso anche esserne molto attratto. La macro-fotografia, così come quella astratta, quella panoramica e i molti altri tipi, è affascinante, ma non si confà alla mia indole: posso apprezzarla, ma non ne produco.

Ultimamente ho letto delle frasi che avevo evidenziato nel libro ‘Sulla Fotografia’ di Susan Sontag e una in particolare si è distinta fra le tante, in quanto affine a questa mia riflessione.

© Peter Hujar

Fotografare una persona equivale a violarla, vedendola come essa non può mai vedersi, avendone una conoscenza che essa non può mai avere; equivale a trasformarla in oggetto che può essere simbolicamente posseduto.

Susan Sontag – Sulla fotografia [Piccola Biblioteca Einaudi]

Questa risuona come una sentenza e ne ha anche l’accezione, fosse anche solo per la scelta drammatica, e forse teatrale, dell’autrice, di utilizzare le parole violarla e posseduto. Non sono loro, però, ad affascinarmi, ma il fatto che condivido molto fortemente il sentore che una persona, in fotografia, posso essere conosciuta dall’autore della fotografia oltre il limite delle normali interazioni umane. La figura, una volta ritratta, viene influenzata dalla fantasia e dall’ottica di chi la osserva, e si eleva a oggetto di interpretazione. Per quanto sia surreale, l’immagine di quella persona trascende la definizione di se stesso e diviene incorporeo. Reciso dalla sua origine diventa idea – in questo caso linee e gradazioni. Questo può essere detto di qualunque forma di arte o di qualsivoglia mezzo espressivo che aspiri a definirsi tale (i.e. arte), ma in questo caso mi soffermerò sulla sua valenza in ambito fotografico.

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