L’EQUILIBRIO NELLA FOTOGRAFIA.

Tutte le fotografie incluse in quest’articolo sono coperte da copyright da parte dei rispettivi autori.

Nelle poche occasioni in cui mi confronto con altre persone sul rapporto che ciascuno di noi ha con la fotografia, io mi scopro ogni volta essere saldamente ancorato all’associazione di tale mezzo espressivo agli esseri viventi. Per quanto la scelta dei possibili soggetti fotografici sia ampia, solitamente prediligo ritrarre situazioni in cui vi sia un elemento umano. Vengo poco attratto dai miei scatti in cui ve n’è carenza, ma non disprezzo quelli di altre persone che si allontanano da questa mia concezione della fotografia; posso anche esserne molto attratto. La macro-fotografia, così come quella astratta, quella panoramica e i molti altri tipi, è affascinante, ma non si confà alla mia indole: posso apprezzarla, ma non ne produco.

Ultimamente ho letto delle frasi che avevo evidenziato nel libro ‘Sulla Fotografia’ di Susan Sontag e una in particolare si è distinta fra le tante, in quanto affine a questa mia riflessione.

© Peter Hujar

Fotografare una persona equivale a violarla, vedendola come essa non può mai vedersi, avendone una conoscenza che essa non può mai avere; equivale a trasformarla in oggetto che può essere simbolicamente posseduto.

Susan Sontag – Sulla fotografia [Piccola Biblioteca Einaudi]

Questa risuona come una sentenza e ne ha anche l’accezione, fosse anche solo per la scelta drammatica, e forse teatrale, dell’autrice, di utilizzare le parole violarla e posseduto. Non sono loro, però, ad affascinarmi, ma il fatto che condivido molto fortemente il sentore che una persona, in fotografia, posso essere conosciuta dall’autore della fotografia oltre il limite delle normali interazioni umane. La figura, una volta ritratta, viene influenzata dalla fantasia e dall’ottica di chi la osserva, e si eleva a oggetto di interpretazione. Per quanto sia surreale, l’immagine di quella persona trascende la definizione di se stesso e diviene incorporeo. Reciso dalla sua origine diventa idea – in questo caso linee e gradazioni. Questo può essere detto di qualunque forma di arte o di qualsivoglia mezzo espressivo che aspiri a definirsi tale (i.e. arte), ma in questo caso mi soffermerò sulla sua valenza in ambito fotografico.

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Ungheria, 2014: catene ai polsi dell’arte e dell’informazione.

© Viktória Árva-Tóth, née Hanis

Dal 15 marzo 2014 è illegale fotografare persone in Ungheria se non si ha il permesso di chi venga anche inavvertitamente ritratto. Le uniche eccezioni sono i personaggi pubblici, durante le sole manifestazioni pubbliche, e le folle.

Tale è il desiderio del codice civile ungherese, a cui non voglio imputare colpe dirette, così come non voglio dare a intendere che vi sia da parte mia alcuna avversione verso il popolo in sé; come se le scelte sociali, spesso figlie dell’amministrazione, ricadessero direttamente sui singoli cittadini, tarando la reputazione che si possa avere del loro buonsenso. Infatti questa legge è estremamente impopolare e gli stessi giudici ungheresi covano malcelati timori riguardo a come applicare una norma che, nel dettaglio, è estremamente vaga. Come si potrà discriminare fra un personaggio pubblico e uno privato? E fra il personaggio pubblico e quello privato che vivono allo stesso tempo in alcuni individui? Infine, come si potrà affermare con totale chiarezza cosa renda tale una manifestazione pubblica rispetto a quello che potrebbe essere considerato un momento privato in luogo pubblico? Il fatto che la definizione “folla” sia legalmente ridicola è pleonastico.

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